A Venezia emerge quello che viene definito il primo caso italiano di dipendenza da intelligenza artificiale preso in carico dal Servizio sanitario nazionale. Protagonista della vicenda è una ragazza di 20 anni seguita dal Serd, il servizio pubblico dedicato alle dipendenze patologiche e ai disturbi comportamentali.
Secondo quanto riportato, la giovane avrebbe sviluppato nel tempo un rapporto sempre più esclusivo con un chatbot basato su IA, fino ad arrivare a un progressivo isolamento sociale. La ragazza avrebbe iniziato a considerare il sistema digitale come il principale punto di riferimento emotivo, affidandosi completamente alle sue risposte e riducendo i rapporti con amici e familiari.
Per gli specialisti non si tratta di un episodio isolato, ma di un fenomeno destinato a crescere con la diffusione sempre più capillare degli strumenti di intelligenza artificiale conversazionale. La direttrice del Serd, Laura Suardi, ha parlato infatti della “punta di un iceberg”, spiegando che i servizi sanitari stanno osservando con crescente attenzione nuove forme di dipendenza legate alla tecnologia.
Gli esperti sottolineano che i chatbot moderni sono progettati per adattarsi al linguaggio, alle emozioni e alle preferenze degli utenti. Proprio questa capacità di personalizzare il dialogo può creare un forte coinvolgimento psicologico, soprattutto nelle persone più fragili o vulnerabili. Nel tempo, il rapporto con l’IA può trasformarsi in una sorta di relazione sostitutiva, percepita come più rassicurante rispetto ai rapporti umani reali.
Secondo il Serd, il problema diventa serio quando l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento e si trasforma nell’unico orizzonte relazionale della persona. In questi casi possono comparire segnali come chiusura sociale, difficoltà scolastiche o lavorative, alterazioni del sonno, ansia e dipendenza emotiva dal dialogo digitale.
Gli specialisti precisano inoltre che vietare semplicemente l’uso di smartphone o chatbot non è sufficiente. Il trattamento richiede un percorso multidisciplinare che coinvolga psicologi, psichiatri e familiari, con l’obiettivo di ricostruire relazioni sociali sane e un equilibrio nell’utilizzo della tecnologia.
Il caso di Venezia apre così un nuovo fronte nel dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana, soprattutto tra i più giovani, sempre più esposti a strumenti capaci di simulare conversazioni empatiche e relazioni personalizzate.




