Le tensioni nello Stretto di Hormuz, gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e i blocchi che negli ultimi anni hanno colpito Suez hanno mostrato quanto il commercio mondiale dipenda da pochi passaggi vulnerabili. È in questo vuoto che l’Iraq prova a inserirsi.
Baghdad punta sul Development Road, un corridoio da oltre 17 miliardi di dollari pensato per collegare il Golfo Persico all’Europa via terra, riducendo tempi e costi delle rotte marittime tradizionali. Il progetto prevede 1.200 chilometri di ferrovie, autostrade, hub logistici, oleodotti e gasdotti dal porto di Al-Faw fino al confine turco.
L’obiettivo è chiaro: sottrarre traffico al Canale di Suez e trasformare l’Iraq in uno snodo strategico tra Asia ed Europa.
Il primo tratto, lungo 63 chilometri, è stato inaugurato nel 2025. Il resto dell’opera è ancora in costruzione. Il piano include una doppia linea ferroviaria per merci e passeggeri, treni fino a 300 km/h, un’autostrada dedicata ai camion e quindici poli logistici distribuiti lungo il percorso.
Tutto partirà da Al-Faw, nel sud del Paese, destinato a diventare uno dei maggiori porti della regione con una capacità prevista di oltre 7 milioni di container annui entro il 2040.
La prima fase del progetto, finanziata dalla Banca Mondiale con circa 930 milioni di dollari, punta ad ammodernare la rete ferroviaria esistente entro il 2028. La seconda fase, sostenuta da Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, prevede invece la costruzione ex novo dell’intero corridoio.
Tra le aziende coinvolte figurano l’italiana BTP Infrastrutture S.p.A. e la francese Alstom. Ma il partner più interessato resta Ankara, che vede nel progetto l’occasione per consolidare il proprio ruolo di hub logistico tra Oriente ed Europa.
I vantaggi logistici sono evidenti. Le prime tratte sperimentali hanno già ridotto drasticamente i tempi di trasporto: Polonia-Emirati in dieci giorni contro ventiquattro via mare, Turchia-Kuwait in quattro contro quarantacinque. Per l’Italia, le merci provenienti dal Golfo potrebbero arrivare nel Nord del Paese in circa 8-12 giorni, contro le tre o quattro settimane necessarie passando da Suez.
Ma il vero nodo è la sicurezza.
Il corridoio attraversa aree segnate da instabilità politica e presenza di gruppi armati. Nel nord dell’Iraq, tra Dohuk e il Kurdistan iracheno, operano milizie locali, forze Peshmerga e cellule del PKK, organizzazione considerata terroristica da Stati Uniti e Unione Europea.
Proteggere oltre mille chilometri di infrastrutture strategiche in un territorio così fragile sarà estremamente complicato. Ferrovie, oleodotti e hub logistici rischiano di diventare bersagli permanenti in una regione dove tensioni politiche e conflitti restano aperti.
Per questo il Development Road non è soltanto un progetto economico. È una scommessa geopolitica.
Dopo Suez, Hormuz e il Mar Rosso, anche il nuovo corridoio iracheno potrebbe trasformarsi nell’ennesimo snodo globale esposto a ricatti politici, governi autoritari e minacce terroristiche.
La sfida di Baghdad non sarà soltanto costruire infrastrutture, ma evitare che la nuova rotta commerciale finisca ostaggio dell’instabilità che da decenni attraversa il Medio Oriente.




