2+3 euro a pacco: la nuova tassa sullo shopping online

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Avete presente quel meme che dice “quando compri su Shein e quando ti arriva a casa”? Bene, sappiate che ora sono riusciti a tassare anche quello. Con la nuova manovra di bilancio in approvazione, il governo vorrebbe introdurre un contributo di circa 2 euro sulle spedizioni di valore inferiore ai 150 euro, cioè su quei pacchi che oggi beneficiano dell’esenzione doganale. L’idea iniziale era colpire soprattutto le importazioni provenienti da Paesi extra UE, in particolare quelle legate al modello dell’ultra fast fashion e all’esplosione dell’e-commerce a basso costo.

Il problema è che intervenire in modo selettivo sulle importazioni avrebbe significato, nei fatti, introdurre un dazio. E i dazi non rientrano nelle competenze nazionali, ma sono di esclusiva competenza dell’Unione europea. Per evitare contestazioni da Bruxelles, la misura è stata quindi riformulata: il contributo non è più legato all’origine della merce, ma viene applicato a tutte le spedizioni sotto i 150 euro, comprese quelle che circolano interamente all’interno del mercato unico. In questo modo il prelievo viene qualificato come costo amministrativo e non come barriera doganale.

Nel frattempo anche l’UE si è mossa in tal senso, abolendo l’esenzione doganale per i pacchi di basso valore in attesa dell’introduzione di un sistema unico di gestione doganale digitale. Dal 1 Luglio 2026 in Europa entrerà in vigore un dazio di 3 euro a spedizione su tutte le consegne provenienti da Paesi extra-UE. L’Italia, di fatto, ha solo anticipato di qualche mese una direzione già tracciata a livello comunitario, adottando però una soluzione nazionale che, proprio per i vincoli europei, finisce per essere più ampia e meno mirata di quanto previsto nelle intenzioni iniziali.

La ratio ufficiale della misura è coprire i costi dei controlli doganali, messi sotto pressione da numeri difficili da ignorare. Nel 2024, nell’Unione europea sono transitati circa 4,6 miliardi di pacchi di basso valore acquistati online, il doppio rispetto all’anno precedente, e il 91% di queste spedizioni proveniva dalla Cina. È evidente che il sistema attuale non sia sostenibile nel lungo periodo.

La domanda, però, tornando a parlare di casa nostra, non è se intervenire, ma come e su chi scaricare il costo dell’intervento. Con l’estensione del contributo a tutte le spedizioni, la tassa non colpisce solo piattaforme come Temu, Shein o AliExpress, ma l’intero e-commerce, comprese realtà come Amazon, eBay o Vinted. L’effetto economico è immediato e misurabile: due euro in più su un acquisto da 12 o 15 euro significano un aumento del prezzo finale tra il 10 e il 15%. Non si tratta di una correzione marginale, ma di una tassa diretta sui consumi di fascia bassa.

Le stime di gettito lo confermano. Secondo i documenti di bilancio, il contributo dovrebbe generare oltre 120 milioni di euro nel primo anno e circa 245 milioni l’anno a regime. È un gettito costruito quasi interamente su micro-acquisti, su beni a basso valore unitario, acquistati in larga parte da chi utilizza il canale online per risparmiare. È una tassa piatta, uguale per tutti, e quindi regressiva, andando a pesare proporzionalmente di più sui redditi più bassi.

In sintesi, in assenza di una vera politica industriale europea capace di affrontare alla radice le distorsioni della concorrenza globale, si sceglie la soluzione più semplice: tassare il consumo diffuso, frammentato e politicamente inerme, illudendosi di colpire i colossi cinesi. Il risultato non è certo una tutela del mercato interno, ma un aggravio sui consumi di chi ha meno margine di spesa e meno alternative.

Nell’attesa che l’Europa armonizzi le regole, ormai tra qualche mese, l’anticipo italiano finisce per trasformare un problema strutturale del commercio globale in un costo quotidiano per i redditi più bassi. Una tassa piccola che non porterà benefici significativi e che, nel bene o nel male, farà solo costare una t-shirt di Shein quanto una di H&M o di OVS.

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